Perché ho fantasie omosessuali?

Le fantasie non sono necessariamente espressione di desideri reali: fantasticare rapporti intimi con individui del nostro stesso sesso, non significa necessariamente essere omosessuali o lesbiche.

In primo luogo occorre sottolineare che la gran parte delle più aggiornate ricerche concorda nel non definire omosessualità ed eterosessualità come due poli nettamente opposti. Si propende piuttosto per un continuum fluido da un estremo all’altro, nel quale si collocherebbe con gradualità tutta la popolazione (tra l’altro, potendo variare posizione in una certa misura nel corso della vita, soprattutto nelle femmine).

La nostra società preme invece per una netta categorizzazione in base a un determinato orientamento, dando per scontata la “correttezza” esclusiva di quello eterosessuale. Per questo molte persone, pur identificandosi in tale orientamento, provano difficoltà (e talvolta estrema ansia) nell’ammettere la presenza interiore di naturali tendenze, comportamenti, affetti, desideri e fantasie di tipo omosessuale.

In passato questa pressione era talmente forte che la persona non prendeva nemmeno in considerazione queste sensazioni, censurandole nel profondo; oggigiorno, forse, una maggiore apertura permette di esplorare la propria complessità (affettiva e sessuale) e di porsi domande come questa.

In secondo luogo, occorre sottolineare la differenza tra comportamenti sessuali e identità/orientamento sessuale. La maggior parte degli omosessuali ha avuto, soprattutto all’inizio, esperienze eterosessuali, senza per questo sentirsi eterosessuali o bisessuali; al tempo stesso, persone che si identificano come eterosessuali possono avere idee, desideri e anche comportamenti di tipo omosessuale, senza identificarsi come tali.

Ricordiamo che l’orientamento sessuale è formato da quattro dimensioni: l’attrazione erotica, le fantasie sessuali, il comportamento sessuale e l’autodefinizione.

Riprendendo la metafora della Graglia (2009), potremmo considerare l’orientamento sessuale una specie di bussola che ci indirizza affettivamente e sessualmente in una certa direzione. Possiamo scegliere se contrastare l’attrazione in vari modi, possiamo parlarne o meno agli altri, ma non possiamo scegliere la specifica direzione della bussola.

Infine, tornando alla domanda iniziale: la fantasia omosessuale va innanzitutto indagata nel contenuto, nella frequenza e nel vissuto personale; in alcuni casi, infatti, queste idee possono essere vissute in maniera molto invasiva e sgradevole fino a sfociare in vere e proprie idee ossessive, e in tal caso è utile rivolgersi a un professionista; in altri casi, possono essere indizi che ci aiutano a capire meglio il nostro orientamento, o stimolarci all’esplorazione della nostra sessualità e alla comprensione sempre più approfondita di chi siamo, come ci sentiamo e cosa ci piace.

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Sesso post gravidanza: come riprendere?

Dopo il parto ci possono essere difficoltà legate al dolore e alla diminuzione del desiderio sessuale, oltre che all’impegno nelle cure parentali.

Solitamente viene consigliato di aspettare circa sei settimane per la ripresa dei rapporti, che in alcuni casi possono essere più che sufficienti; in altri casi possono persistere dei dolori a causa dei punti o di piccole lacerazioni.

Una delle più comuni cause di dolore è la secchezza vaginale che può verificarsi a causa di sbalzi ormonali, durante l’allattamento, e in tal caso possono essere utili creme idratanti e lubrificanti (da tenere presente che la possibilità di rimanere nuovamente incinte anche durante l’allattamento è comunque presente, da valutare quindi l’utilizzo di precauzioni compatibili concordate col ginecologo).

Anche da un punto di vista psicologico possono nascere delle problematicità, come stati di lieve depressione denominata “baby blues” fino a casi più gravi di depressione post-parto, e via via difficoltà per la donna a riappropriarsi del proprio ruolo di partner/amante da affiancare a quello di madre. Importante ricordare come oggigiorno rispetto a prima la donna sia più sola a fronteggiare le responsabilità del nascituro sia per i cambiamenti nelle tradizioni familiari che prima si “stringevano” attorno alla neo-mamma sia perché attualmente molte donne hanno figli non necessariamente all’interno di una condizione di coppia strutturata.

Anche per il compagno psicologicamente il vissuto della sessualità in questa fase può variare da uomo a uomo e alcuni turbamenti possono essere creati dai vissuti evocati dal nuovo ruolo della compagna a eventi più concreti come le possibili piccole fuoriuscite di latte materno durante alcune fasi della sessualità e il figlio che piange durante i momenti “più intimi”.

Seppure sospendere la sessualità per un periodo transitorio non costituisca un problema, ricordiamoci che sessualità e intimità aiutano a tenere unita una coppia.

Probabilmente, coloro che dopo la gravidanza cessano totalmente l’attività sessuale per anni o la riprendono a stento, con molte probabilità “covavano” difficoltà sessuali/comunicative e di coppia anche prima del parto, utilizzato in maniera più o meno consapevole come motivazione per “chiudere bottega”.

Quindi, nonostante le difficoltà iniziali che una nuova dimensione personale e familiare possono apportare al desiderio e alla sessualità dei neo-genitori, sarà importante ritagliarsi attivamente e con creatività degli spazi in cui vivere la dimensione di coppia, intima e fisica.

Se da un lato la donna dovrà cercare man mano di riappropriarsi del proprio ruolo di donna e amante, l’uomo a sua volta dovrà affiancare alla visione della compagna come “mammina affettuosa” anche quella di Donna, rimettendo possibilmente in gioco eros e seduzione.

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Sesso in gravidanza: sì, no, come?

Da alcuni studi risulta che gran parte delle coppie smette di fare sesso in gravidanza, mentre dopo la nascita può accadere che il riversare tutte le energie sul nuovo nucleo familiare vivendosi quasi esclusivamente come genitori porti a inaridire l’intimità fisica della coppia.

A volte le difficoltà partono già in fase di concepimento: capita talora di sentire racconti di uomini che ne descrivono i tentativi come un tour de force fatto di sessioni estenuanti a orari precisi, posizioni favorevoli e attività meccaniche spesso svuotate di qualunque piacere o spontaneità, vissuti come veri e propri traumi sessuali.

Riguardo alla gravidanza invece è bene sapere che la sessualità non danneggia il feto, che è protetto dal liquido amniotico, e i rapporti possono essere praticati potenzialmente fino a pochi giorni prima del parto, a meno che non vi siano complicazioni specifiche o gravidanze difficili/a rischio, per le quali è molto importante attenersi a quanto indicato dal ginecologo di riferimento.
In ogni caso non saranno negate intimità coccole e scambi di affetto anche fisico.

Alcune raccomandazioni legate alla sessualità in gravidanza promulgate dalla stessa ISSM (Società Internazionale di Medicina Sessuale) da tenere presente sono: nel caso di rapporti orali dell’uomo verso la donna, è bene stare attenti a non soffiare aria all’interno della vagina, pratica che, anche se in casi molto rari, potrebbe causare embolia e quindi rischio di vita per madre e figlio; meglio inoltre evitare eventuali rapporti anali, sia per la possibile comparsa di emorroidi nella donna che rendono il rapporto spiacevole, sia per il rischio di trasmissione batterica dal retto alla vagina. Va infine tenuto presente che buona parte delle malattie a trasmissione sessuale vengono passate al bambino.

Il desiderio può aumentare o diminuire nelle diverse fasi di gestazione e non è uguale per tutte (né per tutte le gravidanze della stessa donna), mentre il piacere di norma aumenta a causa della congestione/vascolarizzazione genitale che accresce la sensibilità e talvolta l’intensità dell’orgasmo.

Anche per gli uomini il desiderio può variare, da coloro che sono molto attratti da questa nuova condizione della compagna, ad altri per i quali questa non è altrettanto eccitante fino a divenire incompatibile con l’idea di un rapporto sessuale vero e proprio; come la scelta finale di assistere o meno al parto, che per alcuni è un’esperienza straordinaria che accresce amore e complicità per altri invece può generare sensazioni sgradevoli che si riverberano anche nella futura sessualità.

Importante è sapere che in ogni caso da un punto di vista strettamente fisico, a meno di situazioni delicate o a rischio, non vi sono impedimenti oggettivi.
Di solito nel primo trimestre la donna può essere spesso esausta, nauseata e in difficoltà nell’accettare i cambiamenti corporei, cosa che può contribuire ad abbassare notevolmente la libido, mentre nel secondo trimestre spesso il desiderio è in ripresa, la corporeità maggiormente accettata e le nausee in diminuzione.

Nel terzo trimestre invece i rapporti possono risultare alquanto scomodi e necessitare di creatività e cambi di posizioni abituali (particolarmente indicata è quella in cui la coppia sta distesa di lato, posizione che permette anche un controllo sulla profondità della penetrazione)

NB. Nel prossimo post affronteremo le difficoltà fisiche e psicologiche legate alla ripresa della sessualità nel post parto.

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Fantasia piccante o perversione?

Chi non ha mai avuto delle idee o fantasie un po’ particolari in ambito sessuale?
La maggior parte delle volte queste rimangono tali, talvolta invece se ne parla con gli amici, con il partner oppure si prova a metterle in atto. Fin qui tutto ok. A volte però capita che queste idee si facciano insistenti fino a trasformarsi in vere e proprie ossessioni, oppure a diventare l’unico modo di godere della sessualità.

Dove si situa il confine tra fantasia e patologia?
Quando si parla di perversioni o deviazioni sessuali in campo clinico è più corretto definirle parafilie. E queste, seppure in continua evoluzione, per essere tali devono soddisfare alcune condizioni: ad esempio, riguardare oggetti o esseri viventi non umani, ricevere o infliggere al partner un’autentica umiliazione fisica o morale, oppure riguardare bambini o altre persone non consenzienti. Spesso queste rappresentano l’unico modo per eccitarsi, e possono portare a una compromissione sociale (come la perdita del lavoro, l’isolamento sociale, problemi legali ecc.).

La possibilità di provare curiosità, desideri o comportamenti simili, oppure che una coppia decida consensualmente di metterli in pratica, non significa essere malati. Le principali parafilie si suddividono in esibizionismo, voyerismo, e frotteurismo ovvero rispettivamente l’eccitarsi nel mostrare i genitali, nello spiare altri nudi o in situazioni intime e nello strusciarsi agli altri in luoghi affollati come sui mezzi pubblici.
Di norma questi atti avvengono senza il consenso delle “vittime”, anzi spesso è proprio la loro reazione sconcertata o imbarazzata a eccitare.

Abbiamo poi la pedofilia, ovvero la ricerca di pratiche sessuali con bambini, solitamente in età prepubere; il masochismo e sadismo sessuale, che consistono nell’infliggere o subire dolore (da cui si differenzia il BDSM, bondage disciplina, dominio e sottomissione, sadismo e masochismo, che meriterà una risposta “dedicata” nelle prossime settimane visto la grande diffusione anche mediatica, e la costituzione di una vera e propria sottocultura con codici e regole di appartenenza).

Il feticismo, ove l’attrazione è relativa a oggetti inanimati (ad esempio scarpe o biancheria intima), solitamente toccati durante la masturbazione per il raggiungimento dell’orgasmo.

Infine, terminiamo con le “parafilie non altrimenti specificate”, molto più rare, che comprendono zoofilia (pratica sessuale con animali), coprofilia (piacere ottenuto dal contatto con escrementi), necrofilia (piacere ricavato da atti sessuali con cadaveri), scatologia telefonica (piacere ottenuto esclusivamente effettuando telefonate oscene) ecc.

Le ipotesi relative alle cause coinvolgono quasi sempre condizionamenti, situazioni o traumi relativi all’infanzia e i trattamenti possono mirare alla riduzione del sintomo o alla comprensione di questo e del significato che ha per quella persona, nella sua storia di vita. Va segnalato però che molto raramente questi individui si rivolgono a psicoterapeuti, sessuologi o medici se non spinti da partner o circostanze esterne.

Per completare questa prima panoramica sul mondo delle parafilie è importante sottolineare come le perversioni sopraelencate riguardino quasi esclusivamente gli uomini, ad eccezione del masochismo sessuale.
La motivazione di questa disparità non è ancora del tutto chiarita e necessiterà un post a sé nelle prossime settimane; ma certamente la sessualità estremamente più complessa, globale ed emotiva dell’universo femminile può essere un primo indizio.

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E se non ho voglia di fare sesso?

Esistono svariati sondaggi sulle scuse più ricorrenti per non fare sesso: mal di testa, sonno, umore sbagliato, preoccupazione per i figli (o genitori o animali) per ambo i sessi, mestruazioni e ovulazione con rischio gravidanza per lei, preoccupazioni per il lavoro, il cane da portare fuori e addirittura un videogame che va assolutamente finito, secondo lui.

La mancanza di desiderio è uno dei disagi più diffusi e in continuo aumento. Ma chiediamoci in primo luogo, cos’è il desiderio? Il significato di desiderio può essere rintracciato nell’ “avvertire una mancanza”.

Provare questa mancanza porta ad “aguzzare l’ingegno” per ottenere ciò che manca, ovvero a mettere in pratica un particolare comportamento chiamato “seduzione”. Il luogo primario della seduzione è “il corpo”. Ma troppo spesso la seduzione viene persa nel corso del rapporto. Possiamo perciò dire che chi non prova desiderio, sperimenta “una mancanza della mancanza”. Dobbiamo però distinguere se a mancare è la voglia di fare sesso con un determinato partner, se magari abbiamo qualcun altro per la testa (anche solo a livello platonico), oppure se questo inaridimento del desiderio è generale e riguarda anche fantasie erotiche, eventuale masturbazione e disinteresse per tutti e tutto ciò che ha valenza sessuale.

Le cause di questa condizione sono molteplici, ne citiamo alcune tra le più comuni: eventi naturali quali gravidanza e post gravidanza, sbalzi ormonali indotti da farmaci o malattie, oppure disturbi psicologici come depressione, eventuali traumi o stress.
All’interno di una coppia, invece, le cause possono essere stanchezza, abitudine, perdita di attrazione, forte conflittualità o tendenza a darsi per scontati (sarebbe molto efficace, in certi casi, riuscire a vivere il partner come fosse l’amante!).
La mancanza di desiderio sessuale può essere anche collegata al dis-investimento nel piacere in generale. In questi casi è produttivo impegnarsi a riassaporare i piacere della vita.

Infine, per rispondere alla domanda del titolo, possiamo dire che il sesso è essenzialmente un piacere e non un dovere, perciò se ne manca la voglia non si avrà nemmeno il piacere; però va tenuto presente che meno lo si fa e meno se ne avverte il desiderio (anche a livello ormonale come già sottolineato in passato). Inoltre se il calo del desiderio si manifesta nella coppia per un periodo prolungato, sarebbe importante poter chiedere un aiuto specifico anche per non mortificare e inaridire il desiderio dell’altra persona. Non sentire il bisogno di porvi rimedio probabilmente segnala la necessità di riesaminare il sentimento che unisce la coppia e di capire se qualcosa è forse cambiato.

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È vero che il pene può rimanere “incastrato” durante il rapporto?

Questa è una domanda che mi viene rivolta di tanto in tanto, tra il serio e lo scherzoso, ma con una certa dose di preoccupazione sottostante, anche perché chi è a contatto con personale del Pronto Soccorso ha sentito almeno una volta raccontare di casi analoghi.

In realtà si tratta di un evento molto raro, e può verificarsi sia nei rapporti anali che in quelli vaginali (in questo caso chiamato penis captivus ovvero pene imprigionato).

Nella prima evenienza avviene uno spasmo muscolare (dell’elevatore dell’ano) che “strozza” il pene impedendo il deflusso del sangue e pertanto l’uscita, unitamente a una sorta di effetto “sottovuoto” che (favorito anche da particolari conformazioni fisiche) convoglia tutto il sangue nel glande impedendone la fuoriuscita anche a eiaculazione avvenuta.

Ciò si può verificare anche nel coito vaginale sempre a causa dello stesso spasmo, anche se testimonianze scientifiche di questo genere sono assai povere.

La paura di questo evento (più o meno romanzato) è stata in passato utilizzata, in chiave punitiva (una sorta di castigo divino), per dissuadere la gente dal consumare rapporti cosiddetti “contronatura” o extraconiugali, supponendo che la tensione della circostanza “proibita” potesse favorirne l’accadimento.

Alcuni prendono erroneamente spunto dal fenomeno simile ma fisiologicamente del tutto differente che accade talvolta nell’accoppiamento tra cani. In questo caso però si tratta di un meccanismo del tutto naturale in cui il pene si allarga a forma di “cipolla” (bulbo del pene) favorendo l’inseminazione ovvero sgonfiandosi ad eiaculazione avvenuta.

I rimedi per questa rara e spiacevole situazione possono essere l’applicazione di ghiaccio alla base del pene per il suo effetto vasocostrittore (senza però farlo entrare in contatto con l’altra persona, quindi proteggendola con dei vestiti), l’utilizzo di un miorilassante, produrre un minimo passaggio di aria in grado di annullare l’effetto “sottovuoto”, infine, soprattutto nel caso dell’incarceramento anteriore, attraverso una lieve esplorazione rettale (effettuabile con un dito) si può generare un riflesso inibitorio che rilassa il muscolo contratto.

La consapevolezza di queste soluzioni “domestiche” deve aiutare a mantenere la calma anche perché l’ansia può attivare dei processi che ne rendono più difficoltosa l’estrazione (come la produzione di adrenalina).

Infine, con il trasporto in ospedale la situazione può essere facilmente risolta, anche se magari a costo di un certo imbarazzo…

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Orgasmo: vaginale o clitorideo?

Il piacere femminile è stato definito da molti un continente oscuro, addirittura neppure studiato per tanto tempo poiché considerato non necessario alla riproduzione (in certi ambienti e culture si è persino creduto che potesse ostacolarla).

Helen Deutsch nel 1945 sosteneva che l’unico vero orgasmo della donna fosse il parto, mentre Mary Jane Sherfey argomentava nel 1968 che per quanto un uomo potesse fare, la donna restava comunque “insaziabile”.
Secondo Gerard Zwang l’attenzione sull’orgasmo vaginale era invece stata enfatizzata dagli “uomini” che consideravano anormali o frigide le donne che non riuscivano a raggiungere il piacere grazie al “glorioso fallo”.
Questo pregiudizio traspare ancora oggi quando alcune pazienti vengono in studio affermando che i propri compagni hanno suggerito loro di rivolgersi al sessuologo poiché non è normale che abbiano solo “quell’orgasmo”, o che godano solo stimolando il clitoride.
Va detto che ancora oggi gli studi scientifici lasciano indefiniti vari aspetti e diverse correnti di pensiero hanno opinioni discordanti.

Per orgasmo si intende la combinazione di un’esperienza soggettiva e di modificazioni fisiologiche che avvengono all’interno della vagina e della zona pelvica. Le descrizioni soggettive si possono riassumere in espressioni come “raggiungere il culmine” “tensione crescente che poi si allenta” o “intenso eccitamento che si libera sfociando in rilassamento”.
Da un punto di vista fisiologico la componente motoria si manifesta con contrazioni ritmiche e involontarie (di norma da tre a otto) del muscolo pubococcigeo che circonda la vagina.

Come abbiamo visto nei post precedenti, il culmine del piacere può essere raggiunto sia attraverso la stimolazione della zona genitale, in particolare del clitoride, ma anche da qualunque altra parte del corpo e può essere provocato da semplici fantasie e sensazioni in assenza di stimolazione fisica (come accade ad esempio durante i sogni).
Relativamente alla stimolazione vaginale vi sono ancora dei lati oscuri su “che cosa” scateni veramente questo tipo di orgasmo. Da un punto di vista fisiologico nell’orgasmo clitorideo e quello vaginale le contrazioni sono le stesse, ma la differenza sostanziale è che nel primo caso queste si verificano “a vuoto”, mentre nel secondo l’orgasmo avviene attraverso la penetrazione di un pene (o di vibratori o dita) e perciò le contrazioni fanno presa su di esso, modificando la sensazione.
Inoltre, da un punto di vista psicologico, al piacere dato dalla stimolazione delle fibre nervose si aggiunge quello soggettivo di essere penetrate.
Considerando che altri fattori, come ad esempio il “dibattuto” punto G, non riguardano tutte le donne (come già sottolineato in altra occasione), pare siano comunque le innervazioni del clitoride (che raggiungono fino ai 10 centimetri di profondità) ad attivare le sensazioni di piacere più intenso.

Da qui l’idea comune alla maggior parte degli esperti che anche nella penetrazione sia comunque la stimolazione del clitoride uno dei maggiori responsabili dell’orgasmo. Ciò avverrebbe anche poiché il clitoride è contornato da una piccola piega cutanea detta “cappuccio clitorideo” collegato alle piccole labbra e simile al prepuzio maschile, che attraverso la penetrazione verrebbe appunto stimolato. Questo aumento di eccitazione andrebbe poi a provocare il riflesso orgasmico e le conseguenti contrazioni piacevoli.

In ogni caso una sessualità femminile oggi sempre più libera fin dalla giovane età, può essere talvolta priva di piacere autentico, e l’immaginario di massa rischia di sostituirsi a quello personale, mentre questo piacere così intimo e profondo necessita uno sviluppo di crescita graduale, personale e individuale.

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Allergia allo sperma: è possibile?

Questa particolare allergia è piuttosto rara (e poco studiata) in Italia, mentre negli Stati Uniti si calcola che riguardi circa il 2% della popolazione fertile. Le cause sembrano essere un insieme di fattori e non è chiaro se e quanto l’aspetto psicosomatico possa influire sulle origini e/o sull’intensità dei sintomi.

In realtà, non si è allergici allo sperma in toto, bensì a una particolare proteina contenuta nel liquido seminale: la spermidina.
I sintomi si percepiscono all’incirca entro mezz’ora dal contatto e, come in tutte le allergie, si possono contemplare sintomi locali come arrossamenti, pruriti e gonfiore, o generici come lacrimazione e difficoltà respiratorie; nei casi più gravi si può arrivare perfino allo shock anafilattico.

La reazione allergica può avvenire sia che lo sperma venga in contatto con l’ambiente vaginale che con quello anale o orale e può colpire sia la donna sia, più raramente, l’uomo.

Essendo una patologia molto infrequente, può spesso essere confusa con altri disturbi di origine psicologica, come la maggior parte dei vaginismi e vulvodinie, oppure quelli di origine organica o batterica come vaginiti, candidosi o altro.
Un primo accorgimento per escludere almeno alcune di queste possibilità è quello di avere rapporti sessuali utilizzando il preservativo, per vedere se le reazioni perdurano.

L’allergia può manifestarsi fin dai primi rapporti col partner, ma può anche insorgere in un momento qualsiasi della relazione, spesso dopo lunghi periodi di astinenza come capita talvolta durante e dopo la gravidanza.

Raro che si manifesti con un solo partner e non con altri, poiché la proteina incriminata si trova in tutti i liquidi seminali.

Benché si possa ricorrere a terapie di desensibilizzazione e trattamenti sintomatici, questo disturbo viene vissuto come particolarmente invalidante nelle coppie che ricercano un figlio, poiché quest’allergia può impedire allo spermatozoo di inseminare l’ovulo.

In realtà, anche nel caso i trattamenti non dovessero funzionare, sarà comunque possibile ricorrere all’inseminazione artificiale, visto che in questo caso viene attuato un procedimento che rimuove l’allergene dal seme.

Per concludere, va aggiunto che, come nel caso di un’allergia alimentare, anche l’allergia allo sperma può manifestarsi, e poi sparire da sola.

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Mi piace molto il sesso o sono dipendente?

Amare molto il sesso, farlo spesso o non riuscire a smettere di pensare all’ultima “grande nottata” non significa certo essere affetti da dipendenza sessuale.

La sex addiction non può essere definita un’area d’interesse recente per la pratica medica e psicologica, visto che già dagli anni ‘60 e ‘70 i sessuologi se ne occupano in termini di “dongiovannismo” e “satiriasi” per gli uomini, e “ninfomania” per le donne.

Tuttavia, pur essendo un argomento che desta spesso l’interesse dei media, non vi sono ancora molti studi completi sul fenomeno, che al momento non è neppure inserito nell’attuale DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

Secondo una delle rare rilevazioni fatte in Italia (Avenia, 2003), si stima che la dipendenza da sesso riguardi circa il 6% della popolazione, anche se con un notevole squilibrio tra uomini e donne, in un rapporto di circa di cinque a uno.

Le molteplici definizioni dei vari autori vertono sul fatto che il sesso diviene centrale e pervasivo per il soggetto; centrale poiché lo guida nella sua organizzazione di vita, pervasivo poiché si insinua in ogni ambito della sua esistenza.

Per parlare di dipendenza da sesso, questa deve arrecare danno al soggetto dipendente e ad altre persone, andando a incidere negativamente su lavoro, relazioni familiari e sentimentali, e talvolta (non troppo raramente, per la verità) causando guai con la legge.
Da un lato c’è volontà e necessità di soddisfare immediatamente l’impulso, dall’altro sofferenza, depressione e sensazione di esserne schiavi.
Per essere definiti “dipendenti”, i comportamenti sessuali non devono essere necessariamente agiti con un partner, poiché possono riguardare anche la masturbazione compulsiva associati a pornografia e pensiero fisso; inoltre, devono essere presenti da almeno sei mesi e il soggetto deve aver tentato, ma senza successo, di porvi fine.

Oltre a un elevato rischio di malattie a trasmissione sessuale, la dipendenza si può associare a parafilie (perversioni) come esibizionismo o voyerismo, oppure a vere e proprie violenze sessuali (si valuta che circa il 55% dei dipendenti da sesso commetta reati a sfondo sessuale).

Il comportamento femminile è stato meno approfondito dagli studiosi, trattandosi di un fenomeno più raro, in cui gli aspetti più frequenti riguardano masturbazione compulsiva, prostituzione e promiscuità protratta. Le “cotte” patologiche e le “love addiction” sono fenomeni e varianti quasi esclusivamente femminili di dipendenza/compulsività sessuale.

In più casi si riscontra come la sessualità divenga un mezzo per cercare affetto, da parte di individui che manifestano una bassa autostima e un’intolleranza alle critiche, oppure venga utilizzata per gestire stress ed emozioni negative, un po’ come succede con la dipendenza da sostanze o in certe patologie alimentari.

Al momento i possibili trattamenti tendono a includere sia l’aspetto farmacologico che quello psicologico, di gruppo o individuale.

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Perché piace lo scambio di coppia?

Sarà anche considerato un fenomeno dei “tempi moderni”, ma vi sono testimonianze e dipinti riguardanti scambi e incontri orgiastici già in culture molto antiche.
Certamente nei tempi odierni il web ha amplificato questo fenomeno all’ennesima potenza.
Gli scambi, e si parla quasi esclusivamente di coppie eterosessuali, possono avvenire in case private, club privè o luoghi pubblici come parcheggi, spesso organizzati tramite internet.
Vi sono varianti a seconda che vi sia una partecipazione attiva di tutti i membri delle coppie o che alcuni si limitino a guardare ed eventualmente a masturbarsi.
Le regole sono ben precise e possono riguardare abbigliamento, luoghi d’incontro e pratiche sessuali.
Le motivazioni più comuni sono la trasgressione e l’intento di dare nuova linfa vitale al rapporto secondo alcuni, il “tradimento regolamentato” secondo altri.

Molte persone che approdano a questo costume infatti lamentano una noia, una stagnazione del rapporto, una mancanza di attenzioni soprattutto nelle donne e una necessità di stimoli e adrenalina negli uomini.
La sessualità e la seduzione nella coppia andrebbe alimentata, e mai data per scontata, infatti gli “amanti” funzionano finché non scadono nella banalità nella scontatezza, finché c’è un qualcosa di sconosciuto da conquistare, una clandestinità magari vissuta con complicità. Ma spesso qui non si parla di gioco di seduzione e uso di fantasia, ma di semplice trasgressione rispetto alla “regola sociale” che vede ciò come immorale e sbagliato.

Una possibile motivazione psicologica può risiedere nella necessità di conferme, di sentirsi desiderati/e, che però può finire per portare il soggetto a un continuo e pericoloso gioco al rialzo. Oppure ancora il vedere la propria partner soddisfatta da un altro uomo, magari più prestante può da un lato indurre competizione ma dall’altro, in soggetti insicuri e con bassa autostima, togliere il peso del non sentirsi all’altezza di soddisfare la compagna.

Una regola fondamentale di questa pratica è quella dell’assenza di implicazione emotiva con i partner della “serata”. Ma l’intima connessione che vi è tra sesso ed emotività (come abbiamo visto nel post sul “piacere”), e il cercare di controllare e bloccare questa parte di sé andrà facilmente a “cozzare” proprio con i requisiti del piacere stesso. Il piacere orgasmico infatti, soprattutto nella donna, necessita proprio di lasciarsi andare totalmente, di perdere il controllo per una frazione di tempo.

In ultima analisi, forse la vera condivisione nello scambismo pare essere la scelta condivisa della coppia con cui “scambiarsi” e la complicità della trasgressione in sé.
E nondimeno queste esperienze possono lasciare un senso di vuoto e di insoddisfazione e molte di queste coppie finiscono per disgregarsi, talvolta perché uno dei due cede al sentimento, o perché la coppia stessa cede alla pressione di gelosie, frustrazioni e delusione rispetto all’aspetto “curativo” di quest’attività. D’altronde l’ambivalenza è insita nell’essere umano e in questo caso si manifesta come la necessità, da un lato, di libertà e, dall’altro, di appartenenza ed esclusività.

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